domenica 31 luglio 2016

Calcio coi tacchi, 1^ puntata

CALCIO COI TACCHI: EMANUELA BIANCO

Di Stefano Bianchi Emanuela Bianco, classe 1994, è nata due volte. La prima, fisica, avviene a Savigliano, cittadina abitata da poco più di 20.000 anime in provincia di Cuneo. La seconda, calcistica, avviene in un paese ancora più piccolo, Busca, sempre in provincia di Cuneo.
È lì, nel Busca Calcio 1920, che nasce la passione e la grinta di questa centrocampista ad oggi considerata una delle migliori nel panorama piemontese. La consacrazione però avviene nel 2008, quando Emanuela passa alla Musiello Saluzzo. 8 anni a lottare, a faticare e sudare per una sola ed unica maglia. Con lei indosso arrivano i primi risultati della fulgida carriera che si prospetta per Emanuela: il primo confronto con la serie B, il grande salto in A mancato per un soffio e la convocazione nella rappresentazione piemontese sono solo una goccia nel mare che sarà.
Poi, quest’anno, la rottura. Dopo 8 anni Emanuela e la Musiello Saluzzo si separano. Emanuela è senza squadra ora, pronta ad una nuova avventura, pronta a faticare, sudare e lottare ancora.
Abbiamo voluto iniziare così questa rubrica, intervistando Emanuela Bianco.

Cosa significa per una ragazza giocare a calcio?
Significa combattere contro i pregiudizi di un Italia non ancora al passo con i tempi. Magari essere l’unica bambina in una squadra di maschi, il fatto di non vivere lo spogliatoio e a volte sentirsi inferiore solo perché si è femmina. Tutto questo però con il tempo ti dà una forza maggiore, ti permette di non mollare e continuare a lottare per migliorarti sempre. 

Credi che il calcio femminile italiano stia crescendo?  Cosa manca o cosa è meglio rispetto ad altri paesi?
Vedo molte più bambine avvicinarsi a questo sport. Quando ho iniziato io nella squadra del mio paese, il Busca, ero l’unica femmina ora invece ce ne sono di più. In questi ultimi anni la gente ha imparato a conoscere anche il calcio femminile però ci sono ancora troppi pregiudizi. Sono troppe le differenze dalle altre nazioni: seguo sui social calciatrici che giocano in Francia, Spagna, Germania per non parlare degli Stati Uniti, là è tutto un altro mondo.

Qual è stata l’esperienza calcistica (allenatore, squadra..) che maggiormente ti ha fatto maturare?
Ho giocato 8 anni con la stessa maglia, quella della Musiello Saluzzo, dopo le stagioni passate in serie C finalmente negli ultimi due anni ho potuto confrontarmi con il campionato di serie B. Queste ultime due stagioni penso siano quelle che mi abbiano fatto crescere maggiormente sia dal punto di vista umano che da quello calcistico. Devo ringraziare in primis le mie compagne con cui ho condiviso emozioni uniche e poi i mister Roberto Panigari e Patrick Geninatti Chiolero che hanno saputo stimolarmi permettendomi di dare sempre il 100%.
Non voglio però dimenticare i due titoli vinti nel 2010 e nel 2011 con la rappresentativa piemontese dove ho segnato in entrambe le finali, ci sono emozioni che non si dimenticano facilmente.

L’ultimo anno alla Musiello Saluzzo è stato pieno di gioie e dolori, come lo descriveresti? Cosa ti porti dietro da quest’ultima stagione?Penso sia impossibile descrivere a parole le emozioni provate quest’anno. Dopo un ottimo inizio abbiamo avuto un periodo di difficoltà però da grande squadra abbiamo saputo reagire e concludere il campionato alla grande. Abbiamo eguagliato il terzo posto dell’anno precedente e si sa che ripetersi non è mai facile. Ho conosciuto persone stupende e so che continueremo a sentirci anche se non giocheremo più insieme. Ho avuto l’onore di giocare in un vero gruppo prima che una grande squadra, mi dispiace che sia finito tutto senza un vero e proprio motivo.
Quale elemento contraddistingue maggiormente il calcio femminile?
Sembra banale ma l’elemento chiave è la passione. Se una ragazza ha deciso di giocare a calcio e quindi lottare contro i pregiudizi è sicuro che non si farà fermare da qualche allenamento un po’ più faticoso. Bisogna ammettere che il gioco è più lento rispetto a quello maschile ma questo è fisiologico, la stessa cosa avviene nella pallavolo o nel tennis. Ho avuto il piacere di vedere allo stadio la finale di Champions League femminile e sinceramente mi è piaciuta di più rispetto a quella maschile. Le squadre si sono affrontate a viso aperto, senza tanti tatticismi.

Secondo te cosa servirebbe cambiare per migliorare questo sport?
Ci vorrebbe un po’ più di forza di volontà. Trovo che si facciano tante parole e pochi fatti. Bisognerebbe cercare di dare maggiore visibilità al campionato di serie A e alla nazionale tramite televisioni e giornali. Una buona idea sarebbe introdurre le figurine delle ragazze nella collezione Panini così che i bambini imparino a conoscere i nomi e i volti delle calciatrici.
Per fare un esempio pratico: stasera ci sarà la finale dell’europeo under 19 (in diretta su Rai 3) mentre qualche anno fa per la nazionale under 17 femminile che è arrivata terza al mondiale di categoria non si è fatto altrettanto, la partita è stata trasmessa da Rai Sport ma non c’è stata la stessa pubblicizzazione su giornali e social. 

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