martedì 21 giugno 2016

Tre domande a... Simone Pavan

Il suo nome rievoca tempi molto belli per la città di Modena: La Serie A, la "Longobarda" di Gianni De Biasi, momenti molto lontani e dal sapore decisamente diverso rispetto alla Lega Pro e a tutte le vicende legate ad Antonio Caliendo. Dalle prime partite in Serie A con la casacca della Dea arrivando agli anni di Livorno, Simone è sempre stato un ragazzo abituato a calcare i massimi campionati italiani, da sempre all'insegna dell'impegno e di una mentalità vincente, che ha conservato tutt'ora da allenatore.

La sua carriera da tecnico inizia nella stagione 2012/2013 a Portogruaro allenando la categoria Allievi Nazionali, dopo appena un anno fa ritorno in terra emiliana mettendosi alla guida degli Allievi Nazionali canarini. Proprio a Modena lo scorso primo Marzo, insieme a Mauro Melotti, a seguito dell'esonero di Walter Novellino, prende le redini della prima squadra guidandola ad una salvezza insperata. A seguito dell'esito positivo dei Play-out, da cui i gialli di Pavan escono vincitori a discapito dei liguri della Virtus Entella, Simone non viene riconfermato insieme a Melotti alla guida del Modena, ma viene posto a capo della formazione Primavera.
Organizzazione, gestione e responsabilità sono le parole che ha usato per far capire quanto ormai la sua mentalità sia definitivamente passata da quella di giocatore a quella di allenatore. Ai nostri microfoni ha fatto capire quanto sia diverso lavorare con una  squadra Primavera rispetto ad una prima squadra, a partire dall'esperienza dei giocatori, illustrandoci le varie difficoltà del mestiere.

In conclusione ci ha raccontato le sue aspirazioni per il futuro prossimo, non negando una certa voglia di emergere e di poter accedere a panchine del mondo professionistico. <<Il percorso è lungo e faticoso fatto di tanta gavetta e tante batoste... Sto studiando e lavorando tanto per raggiungere l'occasione giusta per diventare un allenatore stimato e vincente!>> ha dichiarato, mettendo subito in chiaro le sue volontà e il suo grande entusiasmo per questo mestiere, riallacciandosi a quella mentalità vincente che lo ha caratterizzato quando ancora era un calciatore. 


Cosa significa allenare per lei?

"Significa dare continuità alla mia grande passione, adesso con più responsabilità, con senso gestionale e con capacità organizzative. Tutte piccole sfide che voglio affrontare e vincere con fame e determinazione per raggiungere i miei obiettivi."

Quali differenze ha trovato nell'allenare squadre giovanili e una prima squadra, militante in Serie B?

"Con i ragazzi devi lavorare per farli diventare grandi, li devi responsabilizzare e cerchi fargli capire il senso di appartenenza, la cultura del lavoro e il rispetto, insomma li avvicini a ragionare da professionisti. I più grandi invece hanno già tutte queste caratteristiche, bisogna solo entrare nella loro testa e stimolarli per far rendere queste caratteristiche al massimo."

Cosa crede che trasmetta ai suoi ragazzi un'esperienza come il Trofeo Sassi?

"La consapevolezza di credere fortemente nei propri mezzi, di sapere che il singolo non è mai più importante dello spirito di squadra e che con il sacrificio, la tenacia, il coraggio e la fame si possono raggiungere obiettivi inimmaginabili."

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