venerdì 8 aprile 2016

Il sogno albanese, l'orgoglio di esserlo

Di Mattia Bannò - Per costruire un grande risultato, bisogna partire da lontano ed è necessario diverso tempo per gettare le basi e inculcare la mentalità e lo spirito che possono portare ad entrare nella storia. Il quinto posto nel girone di qualificazione ai Mondiali 2014 non scalfisce il feeling che si è creato tra De Biasi e il popolo albanese, anzi lo rafforza, con la consapevolezza di poter lottare insieme per la conquista di un sogno comune. Il 21 ottobre 2013 la Federazione prolunga il matrimonio con l'ex mister del Torino per altri due anni, fino al termine delle qualificazioni agli Europei 2016, permettendo così al commissario tecnico trevigiano di proseguire il percorso iniziato due stagioni prima, che non può che passare da un tassello fondamentale, che sta alla base di tutto, riassumibile in una sola parola: organizzazione. Prima ancora dell'organizzazione all'interno del rettangolo verde, è necessario trovare quella al di fuori del campo. Ed è proprio qui che si inserisce il prezioso lavoro capillare del vice allenatore Paolo Tramezzani, che gira i campi di mezza Europa per sondare la disponibilità di giocatori convocabili, provenienti da un Paese multietnico, di far parte del progetto, perché per raggiungere una grande impresa servono uomini prima che calciatori, che siano attaccati alla maglia con un senso di appartenenza che solo il sentirsi parte della propria Nazione può dare e disposti a sacrificarsi per la causa, anteponendo l'Obiettivo alla gloria personale. L'attaccamento alla Patria nella cosiddetta "Terra delle Aquile" è qualcosa di viscerale, provate a camminare per le strade di Tirana o di Scutari e chiedere ad un passante cosa significhi essere albanese, vi risponderà che rappresenta un orgoglio da difendere anche a costo della stessa vita. Vedere per credere la partita di esordio delle qualificazioni in casa del Portogallo, il 7 settembre 2014, quando Cana e compagni riescono per la prima volta nella loro storia, al sesto tentativo, a vincere contro i lusitani, grazie ad una splendida girata al volo di Balaj, ma soprattutto grazie ad una prova encomiabile di squadra nel seguire i dettami del proprio mister, capace di dare quell'organizzazione del tipico gioco all'italiana, con nove uomini dietro la linea della palla, per poi agire in contropiede. Per la prima volta, il mondo si accorge della compagine albanese, che l'11 ottobre ottiene un pari interno con la Danimarca, che si rivelerà la principale pretendente al secondo posto.


Ma c'è una data in cui cambia tutto. Il 14 ottobre 2014 per la prima volta nella storia si affrontano su un campo di calcio Serbia e Albania. Le recenti vicissitudini storiche (la guerra del 1999 con la pulizia etnica di Milosevic e i bombardamenti della Nato) hanno imposto rigide misure restrittive, con il divieto di ingresso allo stadio per gli albanesi, ad eccezione della delegazione ufficiale, formata dal Primo Ministro Edi Rama, dal fratello e da altre personalità importanti. Al 41' del primo tempo l'arbitro inglese Atkinson sospende la gara per un lancio di fumogeni in campo. Mentre il gioco è fermo un drone con appesa una bandiera nera, con una macchia rossa al centro, due volti e una scritta, sorvola il terreno di gioco. E' la bandiera della Grande Albania, che raffigura il territorio comprensivo di regioni che facevano parte dello stato dell'Aquila a doppia testa, ovvero il Kosovo e parti di territori del Montenegro, della Macedonia e della Grecia. Vi compaiono anche i volti di Kemali e Boletini (il comandante della guerriglia della resistenza albanese nei confronti dell'Impero Ottomano, del Kosovo e della Serbia), i due condottieri più rappresentativi dell'indipendenza dall'Impero turco, ottenuta nel 1912. Sulla bandiera c'è pure la scritta "autoctona". Il difensore serbo Mitrovic la strappa dal drone e si scatena il putiferio.



I giocatori ospiti lo aggrediscono, ma a loro volta vengono travolti dai tifosi serbi che entrano in campo (armati di sedie e seggiolini), tra di loro c'è anche Ivan Bogdanov, detto "la bestia", che "ordinò" la sospensione dell'amichevole di Genova Italia-Serbia nell'ottobre 2010. Si crea una rissa furibonda, con i ragazzi di De Biasi costretti a ripararsi negli spogliatoi. La partita viene sospesa per 40' e non riprenderà più: gli albanesi, infatti, nonostante l'invito del direttore di gara, manifestano la propria preoccupazione a tornare sul terreno di gioco. Sarà proprio questo il motivo addotto dalla Disciplinare della Uefa nella decisione di una decina di giorni dopo di condannare l'Albania alla sconfitta a tavolino per 3-0, ma con tre punti di penalizzazione per la Serbia, che avrebbe dovuto giocare le successive due gare interne a porte chiuse, pene a cui si aggiungono i 100mila euro di multa comminati ad ogni Federazione.

Oltre al danno arriva dunque la beffa per la Nazionale delle Aquile, con il ct italiano che, al "Messaggero", non esita ad esprimere la sua amarezza, in attesa dell'esito del ricorso, presentato dalla Federazione albanese: <<Sono deluso da una sentenza che non ci dà giustizia. Capisco la Commissione ma credo che sia difficile per noi accettare un verdetto che ci vede sconfitti su tutti i fronti. Ci hanno tolto anche quello che avevamo guadagnato sul campo. Cosa doveva succedere di più?>>. Tuttavia, Cana e compagni non si fanno demoralizzare da un evento che ha scosso la Nazione, riversando la loro rabbia positiva in campo, riuscendo a pareggiare per la prima volta nella loro storia con la Francia nel test di Rennes del 14 novembre, venendo ripresi ad un quarto d'ora dalla fine, dopo il vantaggio di Mavraj, e bloccando gli Azzurri fino a nove minuti dal termine (gol di Okaka) nell'amichevole di Genova di quattro giorni dopo, in cui 15mila albanesi applaudono l'inno italiano e mostrano la loro vicinanza alle località colpite dall'alluvione, in un'aria di festa, in cui prevale lo spettacolo sul campo e soprattutto sugli spalti, che ribalta completamente quanto visto con la Serbia nello stesso stadio due anni prima. D'altronde, come scrisse Pashko Vasa, un poeta e intellettuale albanese: "Non guardate chiese e moschee, la religione degli albanesi è l'albanesità", segno di come l'essere albanese sia un segno d'identità che viene prima di tutto. Non a caso, in Albania convivono cattolici, musulmani e ortodossi e, durante la propria visita a Tirana nel settembre 2014, Papa Francesco ha sottolineato come la Terra delle Aquile sia un grande esempio di convivenza di etnie e religioni diverse. Prima che dei successi sul campo, è senza dubbio questa la vittoria più importante.

   

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